David Giovannini

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Valerio Franconi
L'Appennino camerte
18 ottobre 2008 pag. 17

David Giovannini. Il caos diventa arte dell'incisione

Lo spettacolo dell'atelier più cospicuo, robusto e insolito che si riscontri nel nostro territorio. L'acquaforte che più mescola l'arte pittorica a tendenze di grafica. La stanza - studio in muratura - che più mostra la creatività e più adotta una miscellanea di generi espressivi: olio su tela, stampa, incisione, affresco. Insomma il big bang della compagine artistica animato dal pittore-incisore David Giovannini che ruota intorno al luogo e alla metafora di una sala d'aspetto, del posto cioè più raccogliticcio, di fogli, tele, pennelli, libri, cartelle, lastre, bacinelle. In una sola parola: il bazar. Basti dire che la scena dominante e improvvisa di questa esplorazione delle frontiere creative dell'arte, imparentata col glamour, realizza in qualche modo in chi entra un piccolo choc. E la radicale, fluida, comunicantissima arte grafica - sorta di mezzo espressivo magico e irreale - sa comunque toccare corde intime, pur facendo leva sul torchio tipografico che troneggia in mezzo al locale e recita una parte da re. David Giovannini, mescolando inchiostri e amoroso disincanto fabulatore, raccoglie i suggerimenti di tratteggio che spirano dal suo anfiteatro: la luce che allunga le prime ombre sulla vallata sottostante, il mutare dei colori degli alberi che fanno da fondale alla finestra, un respiro arcano: spazi sonori e astrattezze liriche si combinano nella magia del rullo che scorre sulla lastra. Tutto sembra diverso e favoloso, fisiologicamente pacificato e vero, calcolato e organizzato, perché miracoli d'armonia e di natura siano scritti da quel momento sul foglio di carta. Il resto è un garbato corollario, che alla fine invita a guardarsi attorno senza perdere un attimo di quell'incanto assoluto di chiaroscuri vibranti e di tratteggi fissati sul foglio. Una figura sulla scala dei grigi, i colori come fantasmi, un miracolo.
Se per un pittore vedere solo in bianco e nero deve essere un comprensibile tormento, per un pittore-incisore pensare in bianco e nero è una forma di linguaggio, talvolta una specie di magia come, appunto, per David Giovannini. E l'acquaforte? In che consiste precisamente questa tecnica, filo rosso dell'artista? È quella in cui s'imbatte Giovannini, incontrando la matrice su zinco, e poi gli altri suoi in-gredienti? È quella che scopre la diluizione dell'acido nitrico, corrodendo la matrice in varie profondità secondo i tempi d'immersione? O forse è quella da cui proviene o dove vorrebbe andare L'ispirazione dell'artista? E se tutto in fondo fosse solo determinato dall'inchiostratura della lastra e dalla stampa col torchio calcografico? La curiosità, lo spirito d'osservazione che contraddistinguono l'arte incisoria dalle sue origini, e in centinaia d'anni di storia, stanno dentro queste lastre. E la misteriosa matrice di zinco, che rappresenta le infinite possibilità di questa sfida, ha in sé la capacità di guardare le cose con l'occhio dell'artista e di trasferirla su un foglio di carta, come fosse sempre la prima volta. Perché quella lastra ha in sé l'eclisse, l'alba di qualcosa di nuovo, di unico ma accessibile ai segni finissimi. Di remoto eppure attuale. Una sorta di iperartistico girotondo, di fenomenologia dell'attimo, un cesello di emozioni furtive. Giovannini non sorvola, scava; e tesse trame leggerissime con i soggetti raccolti in volo: scorci rubati, relitti di macchine e ruderi ignorati, contrasti taciuti, piccole intimità che sbocciano e subito richiudono la saldezza dei casolari rurali e dei valori contadini. In questo lembo di universo Giovanniniano - così dolce nei fiori di Omaggio a Vincent, così pieno di vitalità nel trionfo dei Girasoli, ricco di nostalgia nella Composizione sentimentale o ne Il mio vecchio Motom, struggente ne La toletta di nonna Marietta, aperto al mondo in Venezia, palazzo ducale le figure affiorano come un fresco mattino dalla notte dell'inchiostro, per farci vivere, integralmente, la pienezza del loro incanto sentimentale tutto intriso delle essenze salvifiche e inesplorate del reale che coniuga il paesaggio con l'amore per il suo passato. Nell'immagine frusciante del Viale che non c'è più, nel variegato Bucato di Amalia, nella linea fuggevole della vecchia Fornace di Donato Giovannini ordisce la trama sentimentale del suo mondo. Ma il segno del legame spasmodico fra ciò che passa e ciò che resta è nei dettagli appartati e solitari delle creature e delle cose – La campagnola di Rivelli, La vecchia corriera, Civiltà agreste, Biancone l'accattone – che, parafrasando Neruda, confessano di aver vissuto. Una grafica attenta e reattiva, sempre presente a se stessa, carica di natura e di significati, di luci e di ombre, di obliqui bagliori, di elementi insoliti, di apparizioni e incontri, sfonda con il Caos nella modernità l'orizzonte dell'usuale, aprendo lo sguardo alla scansione sentimentale dell'immagine, albero dopo albero, paese dopo paese, cascinale dopo cascinale, in una visione ampia dalla quale emergono umori campestri e un respiro di natura dei Sibillini: Aschio, Visso, Castelsantangelo fino a Norcia e alle suggestioni de Il fiume Sordo. Ognuno con i suoi aspetti, le sue luci, le sue intimità, una distinta cosmogonia: volti, sapori, miracoli d'armonia e di natura, secoli nel deposito delle epoche racchiusi nelle limitate dimensioni delle acqueforti, dove il gioco del bianco e del nero, del positivo e del negativo diventa un'impressione indelebile, l'attimo in cui la lastra si scosta e concede l'immagine che non si ripeterà, uno sguardo di grazia volto a illuminare l'opera dell'incisore, l'indelebile memoria senza tempo. Vedere o visione? Veglia, attenzione della mente e dell'occhio analitico o non invece abbandono al sogno? E quei luoghi, quelle situazioni di realtà e di evocazione dove collocarle? All'esterno, in una sorta di folgorante plein air, come a tutta prima sembrerebbe? O non invece all'interno, nel cosiddetto paesaggio interiore, nella mente dell'autore che ricorda o anche anticipa quanto sarà? Prima ancora che una forma dell'arte le cinquanta acqueforti che David Giovannini ha voluto portare alla mostra di creatività su carta"Cartacanta" a Civitanova Marche, sono un sentimento, un'impressione in-delebile, uno sguardo di grazia volto a illuminare il nostro cammino, il respiro dello sguardo nel tentativo di sentire il tempo presente nella gravosa entità del ver-bo vedere, la parola che protegge la singolarità incisa dentro i segni di una lastra, di un'arte impermeabile ad ogni forma di comunicazione globalizzata. Quel che manca cioè in questo tempo, a questo tempo. "Anche in epoche oscure - dice Arendt - abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione”. Ed è molto probabile che ci giungerà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante e spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola nell'arco di tempo che fu loro concesso di vivere sulla terra". La luce incerta e vacillante di cin¬quanta acqueforti a "Cartacanta".

Valerio Franconi