David Giovannini. Il caos diventa arte dell'incisione
Lo spettacolo dell'atelier più cospicuo,
robusto e insolito che si riscontri nel nostro territorio.
L'acquaforte che più mescola l'arte pittorica a tendenze di
grafica. La stanza - studio in muratura - che più mostra la
creatività e più adotta una miscellanea di generi espressivi: olio
su tela, stampa, incisione, affresco. Insomma il big bang
della
compagine artistica animato dal pittore-incisore David Giovannini
che ruota intorno al luogo e alla metafora di una sala d'aspetto,
del posto cioè più raccogliticcio, di fogli, tele, pennelli, libri,
cartelle, lastre, bacinelle. In una sola parola: il bazar. Basti
dire che la scena dominante e improvvisa di questa esplorazione
delle frontiere creative dell'arte, imparentata col glamour,
realizza in qualche modo in chi entra un piccolo choc. E la
radicale, fluida, comunicantissima arte grafica - sorta di mezzo
espressivo magico e irreale - sa comunque toccare corde intime, pur
facendo leva sul torchio tipografico che troneggia in mezzo al
locale e recita una parte da re. David Giovannini, mescolando
inchiostri e amoroso disincanto fabulatore, raccoglie i suggerimenti
di tratteggio che spirano dal suo anfiteatro: la luce che allunga le
prime ombre sulla vallata sottostante, il mutare dei colori degli
alberi che fanno da fondale alla finestra, un respiro arcano: spazi
sonori e astrattezze liriche si combinano nella magia del rullo che
scorre sulla lastra. Tutto sembra diverso e favoloso,
fisiologicamente pacificato e vero, calcolato e organizzato, perché
miracoli d'armonia e di natura siano scritti da quel momento sul
foglio di carta. Il resto è un garbato corollario, che alla fine
invita a guardarsi attorno senza perdere un attimo di quell'incanto
assoluto di chiaroscuri vibranti e di tratteggi fissati sul foglio.
Una figura sulla scala dei grigi, i colori come fantasmi, un
miracolo.
![]() La curiosità, lo
spirito d'osservazione che contraddistinguono l'arte incisoria dalle
sue origini, e in centinaia d'anni di storia, stanno dentro queste
lastre. E la misteriosa matrice di zinco, che rappresenta le
infinite possibilità di questa sfida, ha in sé la capacità di
guardare le cose con l'occhio dell'artista e di trasferirla su un
foglio di carta, come fosse sempre la prima volta. Perché quella
lastra ha in sé l'eclisse, l'alba di qualcosa di nuovo, di unico ma
accessibile ai segni finissimi. Di remoto eppure attuale. Una sorta
di iperartistico girotondo, di fenomenologia dell'attimo, un cesello
di emozioni furtive. Giovannini non sorvola, scava; e tesse trame
leggerissime con i soggetti raccolti in volo: scorci rubati, relitti
di macchine e ruderi ignorati, contrasti taciuti, piccole intimità
che sbocciano e subito richiudono la saldezza dei casolari rurali e
dei valori contadini. In questo lembo di universo Giovanniniano -
così dolce nei fiori di Omaggio a Vincent, così pieno di vitalità
nel trionfo dei Girasoli, ricco di nostalgia nella Composizione
sentimentale o ne Il mio vecchio Motom, struggente ne La toletta di
nonna Marietta, aperto al mondo in Venezia, palazzo ducale le figure
affiorano come un fresco mattino dalla notte dell'inchiostro, per
farci vivere, integralmente, la pienezza del loro incanto
sentimentale tutto intriso delle essenze salvifiche e inesplorate
del reale che coniuga il paesaggio con l'amore per il suo passato.
Nell'immagine frusciante del Viale che non c'è più, nel variegato
Bucato di Amalia, nella linea fuggevole della vecchia Fornace di
Donato Giovannini ordisce la trama sentimentale del suo mondo. Ma
il segno del legame spasmodico fra ciò che passa e ciò che resta è
nei dettagli appartati e solitari delle creature e delle cose – La
campagnola di Rivelli, La vecchia corriera, Civiltà agreste,
Biancone l'accattone – che, parafrasando Neruda, confessano di aver
vissuto. Una grafica attenta e reattiva, sempre presente a se
stessa, carica di natura e di significati, di luci e di ombre, di
obliqui bagliori, di elementi insoliti, di apparizioni e incontri,
sfonda con il Caos nella modernità l'orizzonte dell'usuale, aprendo
lo sguardo alla scansione sentimentale dell'immagine, albero dopo
albero, paese dopo paese, cascinale dopo cascinale, in una visione
ampia dalla quale emergono umori campestri e un respiro di natura
dei Sibillini: Aschio, Visso, Castelsantangelo fino a Norcia e
alle suggestioni de Il fiume Sordo.
Ognuno con i suoi aspetti, le
sue luci, le sue intimità, una distinta cosmogonia: volti, sapori,
miracoli d'armonia e di natura, secoli nel deposito delle epoche
racchiusi nelle limitate dimensioni delle acqueforti, dove il gioco
del bianco e del nero, del positivo e del negativo diventa
un'impressione indelebile, l'attimo in cui la lastra si scosta e
concede l'immagine che non si ripeterà, uno sguardo di grazia volto
a illuminare l'opera dell'incisore, l'indelebile memoria senza
tempo. Vedere o visione? Veglia, attenzione della mente e dell'occhio
analitico o non invece abbandono al sogno? E quei luoghi, quelle
situazioni di realtà e di evocazione dove collocarle? All'esterno,
in una sorta di folgorante plein air, come a tutta prima
sembrerebbe?
O non invece all'interno, nel cosiddetto paesaggio
interiore, nella mente dell'autore che ricorda o anche anticipa
quanto sarà? Prima ancora che una forma dell'arte le cinquanta
acqueforti che David Giovannini ha voluto portare alla mostra di
creatività su carta"Cartacanta" a Civitanova Marche, sono un
sentimento, un'impressione in-delebile, uno sguardo di grazia volto
a illuminare il nostro cammino, il respiro dello sguardo nel
tentativo di sentire il tempo presente nella gravosa entità del
ver-bo vedere, la parola che protegge la singolarità incisa dentro
i segni di una lastra, di un'arte impermeabile ad ogni forma di
comunicazione globalizzata. Quel che manca cioè in questo tempo,
a questo tempo. "Anche in epoche oscure - dice Arendt - abbiamo il
diritto di attenderci una qualche illuminazione”. Ed è molto
probabile che ci giungerà non tanto da teorie o da concetti,
quanto dalla luce incerta, vacillante e spesso fioca che alcuni
uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro,
avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola
nell'arco di tempo che fu loro concesso di vivere sulla terra". La
luce incerta e vacillante di cin¬quanta acqueforti a "Cartacanta".Valerio Franconi |