David Giovannini, la pittura come sogno
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Trentacinque anni di attività artistica.
Mostre in Italia e all'estero. Presenza qualificata in musei e
gallerie d'arte. Lusinghieri successi di critica e di pubblico.
David Giovannini è una figura della nostra vita, sta insieme
alla
nostra giovinezza, insieme alla prima mostra a Visso, agli anni
che si accavallano, al ritrovarsi nello spazio espositivo della
biblioteca comunale, al caldo e al solleone. Anche se non tutti
ricordano i suoi primi quadri tutti sanno che vive ad Aschio
dove prendono forma le tele e le incisioni ispirate agli
ambienti delle Marche e dell'Umbria. La zona di Aschio è tra le
più panoramiche delle frazioni di Visso. Ciò che seduce è la
dolcezza e l'ampiezza del panorama sottostante che ricalca
l'amabilità dei boschi e delle valli dei monti Sibillini. Nulla
vi è costretto o limitato. Lo sguardo può allontanarsi verso
altri monti e più lontane cime di lontani orizzonti. Cinque
secoli fa Paolo di Giovanni da Visso viveva in questo luogo dove
era nato perché avvertiva di amare il verde cupo della montagna
vissana intriso di chiese fra le quali sentiva aleggiare il
divino. La passione per la pittura l'ha invitato altrove a
dipingere madonne, annunciazioni, scene allegoriche e a tenere
bottega a Visso nei pressi del comune.
Se il luogo è destino il
pittore David Giovannini non poteva che vivere ad Aschio fin
dall'infanzia e sulla scia di quel lontano conterraneo diventare
funambolo del racconto per immagini e colori, giocando con la
varietà della sorpresa come se la vita fosse un sogno su tela
fatto di colori e di esotismi: clown plasmati dalle invenzioni
pittoriche, tuffi avvincenti nella riscoperta del paesaggio,
cavalli al pascolo e case da racconti delle fate, alberi e fiori
incantati che corteggiano acque soffuse di romanticismo, scenari
di tinte pastello, deliri fantastichi e romanzeschi fra le forze
della natura, pupazzi fasciati di nostalgia, spassosi e
scatenati suonatori di musica jazz, luci cangianti e prospettive
dinamiche, che inondano i quadri proiettando il racconto visuale
di una fiaba. È
il sogno che ha sposato l’arte pittorica alla grafica e che
appartiene profondamente all'artista, ai suoi ricordi, agli
amori lontani, ai rimpianti e a tutte le cose che muovono quella
piccola commedia umana che è l'esistenza. Nuovi codici artistici
inseguono l'arte di un uomo che della pittura ha fatto il suo
gioco, la sua ossessione, la sua sperimentazione, facendo
affiorare un mondo arioso e pirotecnico, un flusso di figure,
luci, acque, allegorie cangianti, prati come tavolozze di
colori, paesi stellari, affreschi tridimensionali, fioriture che
si proiettano su schermi di laghi e orizzonti illimitati,
mareggiate iperboliche che si alzano verso il cielo plumbeo come
se niente fosse. E l'imponenza delle scenografie si accorda con
l'omogeneità della linea e la leggerezza delle sfumature
cromatiche. Popolano questa dimensione favolosa e fantastica
luoghi conosciuti e praticati durante tutta l'esistenza,
atmosfere sospese dove è facile rintracciare le condizioni
splendide del passato:
la capanna di Jaco, pastore in maremma,
cacciatore di volpi, di faine, di martore e raccoglitore di
bacche di ginepro; le immagini di Ussita del primo Novecento e
la chiesetta delle Palombare, da consegnare al sentimento e alla
memoria; il gatto Biancone amato e perduto; la tolettina di
nonna Marietta che sembra prestata da Amarcord. E attorno a
queste schegge native del cuore c'è ancora Aschio, la
sottostante valle di Tazza, la casa natale di maestro Paolo. C'è
una pittura che vuole recuperare il silenzio, la piacevolezza e
la sensibilità della linea che ingentilirono la tecnica del
maestro vissano, come se ci fosse un passaggio di testimone, una
traduzione moderna dello stile che si oppone a un eccesso di
comunicazione sempre più invadente e volgare. Non una mostra, ma
tante mostre. Però sull'unico filo conduttore dell'immediata
comunicabilità dell'immagine o della natura sentimentale del
maestro, dove c'è posto per i ritratti di Tancredi il
farmacista, di Carluccio Gentili, di Dario Mattei e per i volti
innocenti dei bambini.
Non
è vero che le fiabe e i sogni appartengono solo agli scrittori.
Anche i pittori possono suscitare stati d'animo e attrazioni.
Giovannini ferma un mondo insolito pervaso da incantesimi. Non
ci sono le fate; elfi e gnomi sono invisibili. Le immagini
testimoniano però eccezionali bagni di neve, di bianco infinito,
di fioriture, di boschi, di laghi, in cui perdersi e ritrovarsi
è tutt'uno. I sogni di Giovannini sono i fiori di Anna, la
primavera sul lago di Polverina, la gente nei giorni di festa,
l'ulivo secolare. Anche in queste visioni la mente cerca
ricordi, emozioni, come nel mare d'inverno e nel bosco degli
Appennini, così carichi di vuoto da lasciare spazio alla ricerca
di sé. Quei vecchi giocattoli cari al ricordo, sulla tela
conquistano una seconda vita. La bambola bambina, il vecchio
Motom, la bicicletta di Jaco, la campagnola di Rivelli sembrano
le strutture portanti di un mondo diverso, come pure la fornace
di Appennino. In tante primavere prorompenti invece si trova
pace. I colori accesi dei girasoli sono le sorprese della vita
rappresentata come un mare infinito con un orizzonte lontano.
Dalle nevicate senza voci esplode la imprevedibilità del vivere
dove c'è ancora posto per i sogni. Ognuno insegua i suoi.
L'assoluto e l'infinito sono molto lontani da noi. Se vogliamo
coglierli dobbiamo rifletterli nella preghiera dell'infanzia, in
una poesia di pochi versi, in un quadro di mezzo metro. O dietro
una siepe.Valerio Franconi |