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E le ginestre? Che fine hanno fatto le
ginestre che squassavano ogni quadro di Giovannini? Non so se le
scegliesse per il gusto d'un abito fluorescente d'una zitella mai
doma o per rifilarti un cazzotto quando montarelli e colli nostrani
per troppa dolcezza ed armonia si fanno stucchevoli, ma quelle
ginestre valevano la firma. Giovannini che conoscevo era così contrastato (ma non lo siamo tutti?) come quei suoi oli abbaglianti e tranquilli, bohemienne col cappello giusto da pittore per vita e rupestre con la parola rude d'un montanaro istruito. Lo ritrovo con poche ginestre - nascoste quasi negli ultimi oli - a Visso che lo accoglie per tutto agosto. Ho un gioco con lui che fatica ad Aschio. Perché ci tiene, e te lo ripete, e te lo dimostra con il lavorio d'una lastra per l'incisione, il Giovannini. Basta soffiare qualche convinzione del primato anche nell'arte del pensiero dentro i quadri che si irrigidisce e difende l'artigiano, la tecnica, gli strumenti antichi, la scuola. il tempo e la fatica appunto, sconosciuta ai pittori della domenica o della astrazione per l'astrazione. Il "nuovo Giovannini", oltre alla continua e perfezionata ricerca nelle splendide incisioni, sperimenta gli oli densi, popolati di umanità intenta ad occupazioni intellettuali: e così traccia un solco profondo tra paesaggi deserti e solari ed interni popolati e scuri. Vince di nuovo la natura, che conosce i tempi stagni del giorno e della notte. del bene a dei male. Ma anche quando gli uomini diventano protagonisti, preferendo la levità dell'occupazione (i concerti, i dialoghi, la lettura...), David sopravanza il silenzio della tecnica con l'emozione di quello che guarda fuori della finestra e si stupisce, ancora. Ha una finestra sempre aperta sulla vita. E ti racconta sospeso, universale, tanto che Aschio può essere un paese sudamericano o africano. Conquista un posto nelle emozioni, Giovannini, di questa società frammentata o globalizzata, dove tutto annega nel marasma ideologico ed empirico, nell'omologazione. Ho di fronte un piccolo acquerello giovanile di David. Quattro pennellate ed è una casa in cima ad una collina accanto ad un pagliaio. E quando la rapidità invade la vita ed innesca un ticchettio incalzante anche nei frangenti piacevoli, lo guardo. Allora recupero il piacere della lentezza, del tempo dall'ondeggio ampio. Un Giovannini dentro casa, anche piccolo piccolo, fa bene. Renato Mattioni |
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L'Appennino Camerte
- agosto 2006 Critico. Se ricampo faccio il critico d'arte. Per la verità ci ho pure provato, per qualche Amico pittore. Che so, David Giovannini di Aschio, che trovo a Visso tutti gli agosti. E vado e cerco le sue ginestre, anche se ogni volta ritrovo qualcosa nuovo e antropomorfo. I ritratti stavolta insieme ai balocchi sparsi. Ma poi finisco a raccontare David più che Giovannini, la sua barba più di una splendida incisione. Se ricampo, dunque, faccio il critico a tempo pieno. E neanche uno a caso: Sgarbi. Voglio fare proprio Sgarbi, un critico che critica. Lo sorveglio da vicino, da quando finì a fare il sindaco di Sanseverino. E lo ripesco sempre. Vengo a Camerino alla bella mostra sulle madonne di legno e c'era appena stato dicendo che "va bene". Poi vado a Macerata per lo Sferisterio e tra tuoni e fulmini estivi dibattono sulla "copertura" e Sgarbi dice che non "va bene". Infine, me lo ritrovo a Milano a fare l'assessore. Un ristorante al Castello sforzesco? Meglio una caffetteria. La "città della moda" che a Milano avevano progettato? Non serve. Hanno mandato via il maestro Muti dalla Scala dopo una telenovela? Sgarbi ce lo vuole riportare. Avevano deciso di buttar giù un garage degli anni venti per farci una palazzina nuova nuova? "E' uno scempio" dice, è architettura fascista e ha "la stessa età dell'ultima opera di Svevo". Insomma, ho un dubbio: vuoi vedere che il prossimo agosto me lo trovo a Visso che esce da Giovannini e dice che quelle ginestre gialle sono davvero bellissime? Renato Mattioni |