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"Anche
cercando nel proprio intimo e nella propria tradizione l'humus dei
propri svolgimenti, si può essere nuovi e attuali ". La frase che servì a Renzo Modesti per focalizzare l'arte di un chiarista ci sembra quanto mai valida e attuale anche nei confronti dell'opera di David Giovannini, un giovane artista dell'entroterra maceratese che nelle sue tele, siano esse paesaggi o fiori, gioca su una tavolozza 'marchigiana' arricchita dalle scoperte del trecentismo lombardo e, su su, di Both, di Bonington, e degli stessi chiaristi. Una gamma cromatica ricca di neutri sapientemente quanto istintivamente elaborati, squilli inaspettati di timbri contenuti da un connaturato dominio degli accordi, una scala tonale che scende dai verdi agli azzurri, dai rossi ai gialli, dai marroni ai bianchi, agli arancioni scanditi e compenetrati; un paesaggio tutto marchigiano che l'artista porta con se in sospensione fra realtà e favola, tra poesia, concretezza e dominio. I paesaggi di Giovannini hanno leggerezza di vibrazioni, accensioni improvvise e, spesso, libertà d'impianto. Quando poi l'artista si concede divagazioni romantiche, sia il paesaggio, che un semplice vaso di fiori tirati nel colore che conserva la propria nobiltà pur nei registri accesi accostati con disinvolta naturalezza, restano puliti, gentili, sicuri e naturali. Se si volesse dare una collocazione all'opera di questo giovane, l'immagine della stessa suggerisce una collocazione 'a lato' in quanto trascina residui diversi per dimensione storica e poetica, residui di acquisizioni sentite quasi di rimbalzo e attutite dall'immagine particolare di quella provincia che lo ha visto nascere, crescere, e nella quale è immerso. Una provincia artisticamente intesa però non più come isola retriva e conservatrice, lontana quindi da ogni verità esistenziale, ma come depositaria di quei valori insostituibili che l'arrivo massiccio della cultura arricchisce senza scalfire. In certi paesaggi, nati da una materia quasi monocroma, vi sono gradevoli passaggi di sensibilità. È un lavoro fine d'impaginazione con risultati perspicui di pittura, una orchestrazione di gamme tonali che vengono per via diretta dalla luce del paesaggio con il quale si legano per virtù fantastica. Nasce così la suggestione di una nuova natura che per essere anche sentimentale non appare affatto meno pungente. Per questo la pittura di Giovannini, malgrado l'apparente realismo, difficilmente offre l'appiglio alla classificazione. Il suo paesaggio, suoi fiori, ed anche alcuni nudi in cui l'artista si è cimentato, sono infatti il frutto di un sottile e raffinato giuoco dell'intelligenza e della sensibilità di un pittore attento al vero, sempre, ma consapevole della autonomia dello spirito creatore. Il calore umano che Giovannini affida alle sue opere, la partecipazione sentimentale, virile, e non sentimentalistica, assumono il ruolo d'un tramite all'intelligenza, o meglio, di veicolo di simpatia fra l'opera e il fruitore. « La realtà è realtà — la terra è terra » direbbe Aligi Sassu, il pittore che ha basato il proprio realismo sulla concezione progressiva dell'uomo. Anche Giovannini vive nella realtà e sulla terra. Ma le guarda dall'interno così come dall'interno osserva il paesaggio e i fiori che distingue distinguendosi, trasformandoli da unità caotica e dispersiva in immagini reali attraverso un rapporto comprensivo di amore. Le forme pure, che vivono solo attraverso la visione completa delle cose, nelle opere di questo artista sono bilanciate tra loro, amalgamate, armonizzate verso una precisa direzione: quella di una pittura che diventa ordine di problemi con una proiezione visiva guidata dal pensiero. Per tutto questo ci sembra di poter affermare che le opere di Giovannini, anche se rivolte verso nuove e necessarie acquisizioni, per la ricchezza della cromia e dell'armonia costruttiva, si affacciano ancora oggi in parete con una precisa fissità di contemplazione, e con il miraggio sereno di una misteriosa e levigata materia pittorica che è l'espressione vera di un tempo veramente felice. Marino Mercuri |